GUARITORI FERITI

Al termine della cosiddetta prima ondata, il celebre fotoreporter Massimo Sestini, ha esposto in una mostra fotografica multimediale, dal titolo “Indispensabili Infermieri”, le foto scattate presso l’ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, documentando in diretta uno degli aspetti più commoventi della pandemia, in cui “il punto focale non è chi soffre ma chi aiuta”.  Le foto rappresentano un’istantanea della funzione di cura esercitata dagli operatori sanitari.

Qualche settimana fa, un infermiere di 37 anni che lavorava presso un’azienda sanitaria lombarda, si è suicidato nei bagni dell’ospedale. L’infermiere aveva chiesto aiuto al servizio psichiatrico territoriale, a causa dello stress accumulato negli ultimi mesi. La sua condizione psicologica sembra essere peggiorata con il ritorno di numerosi accessi di casi Covid-19 in ospedale.

Uno studio scientifico intitolato “Factors associated with mental health outcomes among health care workers exposed to Coronavirus disease”, pubblicato a Marzo, descrive i risultati di un’indagine su 1.257 operatori sanitari di 34 ospedali cinesi che hanno lavorato con pazienti affetti da Covid-19: il 50% per cento aveva sviluppato uno stato depressivo, il 45% soffriva d’ansia, il 34% di insonnia e il 71,5% manifestava un disagio psicologico generalizzato. Secondo un'indagine condotta dall'Università Statale di Milano su 650 sanitari, ed effettuata durante l'emergenza sanitaria, 4 operatori su 10 hanno manifestato disagi psichici: tra le cause viene indicato l’elevato livello di stress, l’alto carico emotivo, i lunghi orari, le preoccupazioni di contrarre il virus e di trasmetterlo ai propri familiari, la mancanza di un supporto adeguato nell’ambiente di lavoro e lo stigma sociale dovuto alla maggiore esposizione alla malattia.

Gli operatori sanitari, ogni giorno, si confrontano con scelte cliniche immediate, numeri ingenti di utenti da gestire, sia dal punto di vista sanitario che emotivo, in quanto nelle condizioni attuali i degenti sono manchevoli del supporto dei propri familiari, i cui protocolli di prevenzione ne impediscono la vicinanza fisica ed emotiva. A tal proposito, sono impegnati a comunicare costantemente con i familiari dei degenti sulle condizioni del congiunto e talvolta provvedendo a dare l’ultimo commiato.

Altresì, è presente un rapporto impari tra il numero di pazienti deceduti e la quantità di tempo per elaborarne il vissuto emotivo, e ciò riconduce a vissuti di frustrazione, stanchezza e rabbia.

In traumatologia si parla di “Compassion Fatigue”, che ritroviamo spesso nei soccorritori, coloro i quali sono a stretto contatto con condizioni di sofferenze acute e traumatiche.

Nello specifico, la Compassion Fatigue è caratterizzata da uno stato di tensione e preoccupazione la cui sintomatologia ricorda il Disturbo Post-Traumatico da Stress, che può manifestarsi nelle persone frequentemente esposte alla sofferenza e al racconto delle esperienze traumatiche altrui.

I primi studi rispetto a tale condizione psichica sono stati condotti nel campo della traumatologia e hanno definito la Compassion Fatigue anche come il “costo emotivo della cura”. Ha un’insorgenza acuta ed improvvisa e può manifestarsi con un senso di solitudine, incubi, senso di irrequietezza, ipersensibilità, ansia diffusa, alterazione dell’umore, rabbia, disturbi del sonno e tristezza. I segni di questa condizione possono condurre a ciò che viene definito “Stress Traumatico Secondario”. 

In Cina, durante l’emergenza COVID-19 si sono rivelati efficaci gli interventi attuati per il personale sanitario, i quali prevedevano un team di supporto psicologico, fruibile anche tramite help-line; piattaforme online per l’assistenza medica, incentivi economici, fornitura di pause e permessi adeguati, disponibilità di un posto per riposare e dormire, turni lavorativi più brevi, attività ricreative come yoga, meditazione ed esercizio fisico.

In due strutture delle ASST di Milano, fin dalla prima ondata, è stata istituita una stanza di decompressione con materiale informativo sulla prevenzione psicologica, sul burnout, ed indicazioni sulla comunicazione di notizie negative. Il setting istituito è stato definito dalla referente del servizio “Un luogo sicuro dove poter staccare, con la possibilità di ascoltare musica, di essere guidati da una psicologa nel rilassamento e poter raccogliere le emozioni emergenti». In definitiva, per prevenire l’insorgenza di disturbi più gravi, è opportuno riservarsi uno spazio psichico di decompressione, defaticamento e di contenimento emotivo. Nello specifico, le difficoltà esperite possono essere mitigate dal supporto psicologico fornito da esperti che aiutino a superare il distress psicologico e promuovere strategie funzionali e di resilienza. Proteggere il benessere degli operatori sanitari, attraverso misure appropriate, è uno strumento cruciale nella risposta ad un’emergenza sanitaria. Il Prof. Vittorio Longiardi, ordinario di Psicologia dinamica all’Università “La Sapienza” a proposito della condizione di stress a cui sono sottoposti gli operatori sanitari, riferisce: “I segni delle mascherine svaniranno dal volto dei nostri operatori sanitari, ma non dalla loro psiche, non subito. Chi accudisce, va accudito; chi cura, va curato; prendiamoci cura dei Guaritori Feriti”.

A cura di:

Dott.ssa Ilda Sabatino

Psicologa - Psicoterapeuta

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